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Sezione: Atti del convegno "La comunità in preghiera. MOL Liturgica e la catalogazione dei messali pretridentini". Saluti istituzionali
Data di pubblicazione: 25-06-2025

Introduzione al convegno

Autori

Il convegno “La comunità in preghiera. MOL Liturgica e la catalogazione dei messali pretridentini” tenutosi presso l’Auditorium della Biblioteca nazionale centrale di Roma il 26 e 27 settembre 2024 è frutto della collaborazione dell’Ufficio liturgico nazionale e il nostro Ufficio nazionale per i beni culturali ecclesiastici e l’edilizia di culto (BCE), nonché della ormai rodata collaborazione con il Ministero della Cultura (MiC), in special modo con l’Istituto centrale per il catalogo unico delle biblioteche italiane e per le informazioni bibliografiche (ICCU).

Particolare collaborazione e supporto sono giunti dall’Associazione dei bibliotecari ecclesiastici italiani (ABEI) che ha collaborato al progetto sin dal suo nascere e, insieme all’Associazione archivistica ecclesiastica (AAE) e all’Associazione musei ecclesiastici italiani (AMEI), coopera con l’Ufficio nazionale BCE condividendone gli obiettivi e le iniziative.

Con oltre quattordici milioni di beni catalogati delle 226 diocesi italiane, visionabili sul sito BeWeB del nostro Ufficio, dei quali oltre quattro milioni di beni storici artistici, dieci milioni di descrizioni bibliografiche, 1.425 fondi archivistici, custoditi nelle 67.808 chiese e 2.409 istituti culturali (1.411 archivi, 668 biblioteche e 330 musei), l’Ufficio nazionale BCE-CEI in collaborazione con le diocesi e grazie ai fondi dell’8xmille, ha maturato una particolare esperienza e attenzione alla conoscenza attraverso la catalogazione in vista della tutela, della valorizzazione e dell’annuncio della fede cristiana che ha prodotto questo enorme patrimonio.

Grazie a questo lavoro di base si è potuto investire ulteriori fondi e creare successivi focus di studio con specifiche sezioni catalografiche ad esempio sulle persone, sul materiale fotografico, sugli organi a canne, mentre sono in studio ulteriori attenzioni catalografiche, ad esempio sulle campane.

In questa esperienza di approfondimento e studio su particolari settori, rientra il lavoro svolto sui messali manoscritti che ha in questo convegno una sua fondamentale tappa, in particolare per presentare le modifiche al software nazionale Manus OnLine (MOL), sviluppate per consentire la catalogazione specifica dei manoscritti liturgici. Oltre alla presentazione del progetto, che partirà dalla catalogazione dei messali pretridentini conservati presso sedi ecclesiastiche, il convegno è stato occasione per una più ampia riflessione sulla catalogazione dei manoscritti liturgici in Italia e all’estero.

Lo studio dei manoscritti è una delle grandi sfide culturali e accademiche in qualsiasi ambito della produzione scientifica, poiché ci pone dinnanzi a testi unici anche quando si tratta di documenti o volumi che sono nati come copia di altri preesistenti. Anche qualora fossero redatti dallo stesso pennino e vergati con uguale supporto e inchiostro dalla stessa mano, non saranno mai fotocopia l’uno dell’altro come nel libro stampato, o nelle moderne fotocopie o copie anastatiche.

Il manoscritto, dunque, risulta affascinante non solo per la sua antichità, quando si parla di testi precedenti all’invenzione e introduzione della stampa, ma ancor più per la sua originalità, per la sfida che sempre propone richiedendo di essere studiato ed esaminato in ogni suo aspetto che lo fa apparire sempre nuovo.

Il manoscritto liturgico, tra tutti, riveste una particolare originalità e un raro fascino poiché lascia intuire come dietro vi sia non qualcosa da leggere bensì un rito da celebrare, un testo da cantare, talvolta da singola voce, talvolta in coro.

Accade un po’ come quando si leggono i Salmi nella Bibbia trovandoci, prima ancora di inoltrarci nel testo vero e proprio, a confrontarci con indicazioni che ci dicono poco, forse, ma, al contempo, lasciano intuire un popolo che prega, suona e canta la sua lode e la sua invocazione, talvolta drammatica, al Signore. «Al maestro del coro. Per strumenti a corda» esordisce il Salmo 4:1, mentre l’incipit del quinto (Salmo 5:1) recita: «Al maestro del coro. Per flauti» e il sesto (Salmo 6:1), oltre a indicare «Per strumenti a corda» aggiunge: «Sull’ottava». Al Salmo 7:1 si legge: «Lamento che Davide cantò al Signore a causa delle parole di Cus, il Beniaminita», mentre l’ottavo (Salmo 8:1) inizia indicando, forse, la melodia sulla quale doveva essere eseguito: «Al maestro del coro. Su “I torchi”».

Non solo qualcosa da leggere come in una lettera o in un libro, ma qualcosa che coinvolge con gesti, acclamazioni e canti. Non solo un racconto che parla alla testa, ma una narrazione viva che fa inginocchiare o danzare, alzare il capo o inchinare il corpo in gesti corali e celebrazioni di un intero popolo.

Messali manoscritti precedenti al Concilio di Trento. Questo titolo esprime significati estremamente importanti non solo perché identifica una tipologia specifica tra i diversi libri o documenti liturgici della Chiesa, il “messale” appunto, ma soprattutto perché indicando i manoscritti ci parla di testi diversi – fosse anche per sfumature o dettagli – specifici di una chiesa locale o di un territorio, di una tradizione, o con particolari riferimenti a scritti di pontefici, vescovi, santi che con i loro testi hanno influenzato il progresso dei testi eucologici e del canto. E parlando del canto come non ricordare le tradizioni dei diversi monasteri che nel Medioevo hanno arricchito l’Europa con la loro presenza, la loro azione sul territorio, la loro opera evangelizzatrice, la forgiatura di melodie e modalità che sono poi rimaste nei secoli.

Se già nel IX secolo si era iniziato a produrre testi che raccoglievano e selezionavano le diverse tradizioni a favore di una Liturgia unificata per tutta la Chiesa latina, sarà solo il Concilio di Trento (1545-1563) a uniformare il messale e i testi liturgici rispondendo a una precisa necessità ed esigenza di garanzia sull’ortodossia dei contenuti grazie, anche, al supporto della stampa che ormai, a un secolo dalla sua invenzione e introduzione, consentiva di produrre testi molteplici tutti uguali tra loro e, di conseguenza, più facilmente controllabili.

La ricchezza dottrinale e la novità della “riforma” cattolica portate dal Concilio tridentino e dal lungo periodo successivo di applicazione del Concilio stesso, porteranno a importanti modifiche nella prassi liturgica, nell’architettura, nell’arte e nella musica.

Come in ogni periodo storico, quello del post Concilio tridentino porta con sé ricchezza e povertà. In particolare per il messale, nelle edizioni successive alla fine del ‘500, avremo il definitivo concentrarsi in un unico libro a uso del celebrante di tutti i testi della liturgia eucaristica con la relativa scomparsa, in particolare, del lezionario e dell’evangeliario in parallelo alla scomparsa effettiva dei vari ministeri che ormai esistono soltanto come “tappa” verso la ricezione del presbiterato senza essere effettivamente esercitati. Tutto si accentra sul presbitero che presiede la messa eventualmente coadiuvato da altri presbiteri che assumono il ruolo di diacono e suddiacono e da un “chierichetto” che risponde alle parti che prevedono un dialogo.

Nella tradizione latina del cristianesimo si era già affermata la possibilità di celebrare la messa in modalità solo letta, senza solennità e senza canto, senza la presenza di un’assemblea.

Benché vi fosse già stata un’edizione a stampa del messale, nel 1474, con la pubblicazione del Catechismo, del Breviario e del Messale unico, scompare effettivamente la possibilità di mantenere, tranne rarissime eccezioni, le tradizioni locali e le differenze tipiche dei territori e delle chiese locali. Nella Costituzione apostolica per la promulgazione del Messale Romano come rituale da utilizzarsi in tutto il mondo, “Quo primum tempore” del 14 luglio 1570, papa Pio V afferma che:

«ormai era assolutamente necessario che pensassimo quanto prima a ciò che restava ancora da fare in questa materia, cioè pubblicare il Messale, e in tal modo che rispondesse al Breviario: cosa opportuna e conveniente, poiché come nella Chiesa di Dio uno solo è il modo di salmodiare, così sommamente conviene che uno solo sia il rito per celebrare la Messa».

La destinazione del nuovo Messale unico è determinata da San Pio V con estrema chiarezza. Egli afferma infatti:

«Perciò, affinché tutti e dovunque adottino e osservino le tradizioni della santa Chiesa Romana, Madre e Maestra delle altre Chiese, ordiniamo che nelle chiese di tutte le Provincie dell’orbe Cristiano: nelle Patriarcali, Cattedrali, Collegiate e Parrocchiali del clero secolare, come in quelle dei Regolari di qualsiasi Ordine e Monastero, maschile e femminile, nonché in quelle degli Ordini militari, nelle private o cappelle, dove a norma di diritto o per consuetudine si celebra secondo il rito della Chiesa Romana, in avvenire e senza limiti di tempo, la Messa, sia quella Conventuale cantata presente il coro, sia quella semplicemente letta a bassa voce, non potrà essere cantata o recitata in altro modo da quello prescritto dall’ordinamento del Messale da Noi pubblicato».

Nella Costituzione apostolica viene certamente preso in considerazione il fatto che esistevano chiese con Liturgie proprie di antica tradizione, né, così dichiarava il Pontefice, si intendeva privare le chiese del loro rito purché ininterrottamente osservato e protratto per almeno duecento anni. Tuttavia, si esprime una chiara preferenza perché anche queste chiese possano scegliere di far uso del nuovo messale. Nella Costituzione apostolica si aggiunge anche, se qualche dubbio potesse essere rimasto, che «priviamo tutte le summenzionate Chiese dell’uso dei loro Messali che ripudiamo in modo totale e assoluto» e si ordina a tutti e singoli i Patriarchi e Amministratori delle suddette chiese, e a tutti gli ecclesiastici rivestiti di qualsiasi dignità, grado e preminenza, non esclusi i Cardinali di Santa Romana Chiesa:

«che, in avvenire abbandonino del tutto e completamente rigettino tutti gli altri ordinamenti e riti, senza alcuna eccezione, contenuti negli altri Messali, per quanto antichi essi siano e finora soliti a essere usati, e cantino e leggano la Messa secondo il rito, la forma e la norma, che Noi abbiamo prescritto nel presente Messale; e, pertanto, non abbiano l’audacia di aggiungere altre cerimonie o recitare altre preghiere che quelle contenute in questo Messale»

sia per la messa cantata che per quella letta.

Risulta di grande interesse che ancora oggi si sia lavorato, studiato e raccolto in modo scientifico quanto ci è stato trasmesso della tradizione pretridentina per continuare quell’approfondimento dell’insegnamento della “antica tradizione dei santi Padri” di cui già parlava San Pio V e che viene nuovamente menzionato in occasione della promulgazione del ben più recente messale successivo al Concilio Vaticano II. Nel proemio dell’Ordinamento Generale del Messale Romano1 (OGMR) si fa esplicito riferimento all’importanza dello studio dei testi della tradizione nonché, come si è fatto nel nostro convegno,

«degli antichi libri liturgici ispanici e gallicani, che hanno fatto riscoprire un buon numero di preghiere fino allora sconosciute, ma di non poca importanza sotto l’aspetto spirituale. Le tradizioni dei primi secoli, anteriori alla formazione dei riti d’Oriente e d’Occidente, sono ora meglio conosciute, grazie alla scoperta di un buon numero di documenti liturgici. Inoltre, il progresso degli studi patristici ha permesso di approfondire la teologia del mistero eucaristico attraverso l’insegnamento di Padri eminenti nell’antichità cristiana, come sant’Ireneo, sant’Ambrogio, san Cirillo di Gerusalemme, san Giovanni Crisostomo» (OGMR 7)2.

Si tratta dunque di un impegno affidato a tutte le generazioni e ai vari momenti storici – anche al nostro dunque – poiché:

«La “tradizione dei santi Padri” esige […] che si tenga presente e si approfondisca fin dalle origini tutto il passato della Chiesa e si faccia un’accurata indagine sui modi molteplici con cui l’unica fede si è manifestata in forme di cultura umana e profana così diverse tra loro, quali erano quelle in uso nelle regioni abitate da Semiti, Greci e Latini. Questo approfondimento più vasto ci permette di constatare come lo Spirito Santo accordi al popolo di Dio un’ammirevole fedeltà nel conservare immutato il deposito della fede, per quanto varie siano le preghiere e i riti» (OGMR 9)3.

Anche il canto gregoriano subì nel tempo una sorta di “omologazione”, certamente utile perché consentì una maggiore condivisione negli incontri di fedeli e chierici provenienti da luoghi diversi ma che, ovviamente, impoverì il mondo della musica liturgica della preziosa ricchezza delle innumerevoli e diversificate tradizioni locali.

Della «tradizione dei santi Padri» si è perduto anche il senso più profondo del cantare la liturgia passando dal – appunto – cantare la liturgia all’inserire alcuni canti nella liturgia dimenticando, come già insegnava il documento fondamentale sulla musica nella liturgia, “Musicam Sacram”, che nella scelta delle parti da cantare si deve dare

«la preferenza a quelle di maggior importanza, e soprattutto a quelle che devono essere cantate dal sacerdote, dal diacono o dal lettore con la risposta del popolo, o dal sacerdote e dal popolo insieme» (OGMR 40)4.

San Paolo VI, promulgando il nuovo Messale Romano il 13 aprile 1969 con la Costituzione apostolica “Missale Romanum”, evidenziava l’importanza dello studio dei manoscritti liturgici e delle fonti liturgiche:

«molto ha contribuito alla revisione del Messale Romano lo studio degli antichi manoscritti dello Biblioteca Vaticana e di altri, raccolti da ogni parte, come dice la Costituzione apostolica Quoniam primum del nostro predecessore San Pio V, da allora sono state scoperte e pubblicate le più antiche fonti liturgiche, e nello stesso tempo sono state meglio conosciute le formule liturgiche della Chiesa Orientale; e così molti hanno insistito, perché tali ricchezze dottrinali e insieme spirituali non rimanessero nell’oscurità delle biblioteche, ma venissero invece messe in luce per rischiarare e nutrire la mente e l’animo dei cristiani»5.

In questa linea così ben definita nella sua vitale importanza per la vita della Chiesa si colloca il lavoro svolto con tanto impegno in questi ultimi anni e che ha portato alla celebrazione del convegno sui messali manoscritti sia nella loro parte testuale che in quella musicale.

Se è vero che la messa può esser celebrata anche in modo semplice, nella forma “letta”, tuttavia, «L’azione liturgica riveste una forma più nobile quando i divini uffici sono celebrati solennemente con il canto, con i sacri ministri e la partecipazione attiva del popolo». Così afferma la Costituzione del Concilio Vaticano II “Sacrosanctum Concilium” (SC)6 al n. 113, subito dopo aver dichiarato che il canto sacro è parte necessaria e integrante della liturgia svolgendo un vero e proprio compito ministeriale nel culto divino (SC 112).

Se è necessario curare molto la formazione e la pratica musicale a cominciare dai seminari e dai noviziati fino a tutte le altre scuole cattoliche (SC 115), se si riconosce al canto gregoriano il ruolo di «canto proprio della liturgia romana» (SC 116) è, di conseguenza, necessario fornire non solo le più elementari possibilità di accesso ai testi musicali e teorici sulla musica sacra e sul canto, ma anche e soprattutto mettere a disposizione degli studiosi le fonti alle quali poter attingere affinché ogni formazione, anche la più elementare, sia poggiata su basamenti solidi di scientificità e adeguato approfondimento.

La Conferenza Episcopale Italiana nella III edizione del Messale Romano in lingua italiana ha compiuto una scelta chiara di evidenziazione della musica che non solo si trova in appendice, come nell’edizione precedente, bensì nelle pagine interne del messale stesso, a sottolineare maggiormente la necessità e non solo l’importanza, che il testo liturgico venga cantato. Anche se normalmente disatteso, si sottolinea «È assai conveniente che il sacerdote canti le parti della Preghiera Eucaristica che sono indicate in musica» (OGMR 147)7.

Come scrivevo nel mio libro su musica e liturgia8, la centralità del canto del testo liturgico ci rammenta che, prima di scegliere “cosa cantare” e prima di discutere tra noi su cosa ci piace, cosa è più adatto, c’è da cantare il testo liturgico stesso. Non c’è da scegliere cosa cantare ma da scegliere di cantare… Lì dove la liturgia, i dialoghi, i testi del messale vengono cantati, già è offerta un’indicazione su come cantare il resto e, di conseguenza, aiuta a scegliere “cosa cantare”… Il messale non offre semplicemente un linguaggio letterario ma anche un linguaggio musicale; offre una riflessione già compiuta e maturata nella Chiesa dalla quale musicisti, cantori e organisti possono attingere nello svolgimento del loro servizio ecclesiale. Il messale insegna una ars celebrandi e lo fa non solo nei confronti del presbitero che presiede o di chi con lui in presbiterio svolge un servizio specifico. Insegna l’arte di celebrare a tutta l’assemblea, all’intera comunità dei credenti.

L’ultima consultazione dei siti web è avvenuta nel mese di giugno 2025

Note

  1. Messale Romano Riformato a norma dei Decreti del Concilio Ecumenico Vaticano II promulgato da papa Paolo VI e riveduto da papa Giovanni Paolo II, a cura della Conferenza Episcopale Italiana, 3. ed., Roma: Fondazione di Religione Santi Francesco d’Assisi e Caterina da Siena, 2020, p. XVII e seguenti.
  2. Ivi, p. XIX
  3. Ivi, p. XIX
  4. Ivi, p. XXIII; Sacra Congregazione dei Riti, Istruzione Musicam sacram, «Acta apostolicae sedis. Commentarium officiale» 59 (1967), p. 302 n. 7, 305 n. 16, <https://www.vatican.va/archive/hist_councils/ii_vatican_council/documents/vat-ii_instr_19670305_musicam-sacram_it.html>.
  5. Paolo VI, Missale romanum, Roma, 3 aprile 1969, <https://www.vatican.va/content/paul-vi/it/apost_constitutions/documents/hf_p-vi_apc_19690403_missale-romanum.html>.
  6. Sacrosanctum Concilium. Costituzione sulla sacra liturgia, 4 dicembre 1963, <https://www.vatican.va/archive/hist_councils/ii_vatican_council/documents/vat-ii_const_19631204_sacrosanctum-concilium_it.html>.
  7. Messale Romano Riformato a norma dei Decreti del Concilio Ecumenico Vaticano II promulgato da papa Paolo VI e riveduto da papa Giovanni Paolo II, a cura della Conferenza Episcopale Italiana, cit., p. XXXIII.
  8. Luca Franceschini, Musica e Liturgia, appunti e riflessioni ad uso degli organisti, Genzano di Roma: Aracne, 2021, p. 101.

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Autori/Autrici

Luca Franceschini - Direttore dell'Ufficio Nazionale per i beni culturali ecclesiastici e l'edilizia di culto (BCE) della Conferenza Episcopale Italiana (CEI)

Come citare

Franceschini, L. (2025). Introduzione al convegno. DigItalia, 20(1), 11–16. https://doi.org/10.36181/digitalia-00114
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Luca Franceschini - Direttore dell'Ufficio Nazionale per i beni culturali ecclesiastici e l'edilizia di culto (BCE) della Conferenza Episcopale Italiana (CEI)

Come citare

Franceschini, L. (2025). Introduzione al convegno. DigItalia, 20(1), 11–16. https://doi.org/10.36181/digitalia-00114
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